Migrazione dei materiali a contatto con alimenti

La sicurezza alimentare non dipende solo dalla qualità delle materie prime e dal rispetto delle buone pratiche di produzione. Un aspetto spesso sottovalutato riguarda i materiali destinati al contatto con gli alimenti (MOCA): imballaggi, contenitori, tappi, capsule, guarnizioni e ogni altro elemento che entra in contatto diretto con il prodotto.

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Migrazione dei MOCA: perché leggere bene le dichiarazioni di conformità può salvarti da gravi rischi

La sicurezza alimentare non dipende solo dalla qualità delle materie prime e dal rispetto delle buone pratiche di produzione. Un aspetto spesso sottovalutato riguarda i materiali destinati al contatto con gli alimenti (MOCA): imballaggi, contenitori, tappi, capsule, guarnizioni e ogni altro elemento che entra in contatto diretto con il prodotto.

Uno dei fenomeni più importanti da considerare in questo ambito è la migrazione, ossia il trasferimento di sostanze chimiche dal materiale al prodotto alimentare. Un fenomeno che può sembrare astratto, ma che ha conseguenze pratiche e legali molto concrete.

Cosa si intende per migrazione

Con il termine migrazione indichiamo il passaggio di componenti chimici dal materiale al cibo o alla bevanda. Può trattarsi di additivi, monomeri residui, solventi o altre sostanze.

Il Regolamento (UE) n. 10/2011 sulle plastiche a contatto con alimenti disciplina in dettaglio le condizioni di prova per verificare che la migrazione resti entro i limiti di legge.

Due parametri fondamentali sono:

  • il simulante, cioè il liquido che riproduce il comportamento dell’alimento (acqua, acido acetico, etanolo al 50%, olio vegetale o isoottano, ecc.);
  • le condizioni di prova (tempo e temperatura), che devono rispecchiare l’uso reale previsto per il packaging.

Il ruolo delle dichiarazioni di conformità

Ogni produttore di imballaggi destinati al contatto con alimenti è obbligato a fornire una dichiarazione di conformità. In questo documento sono riportati:

  • i simulanti utilizzati,
  • le condizioni di test (tempo/temperatura),
  • l’esito delle prove di migrazione globale e specifica.

Saper leggere correttamente questa dichiarazione è essenziale per l’operatore alimentare. Non basta avere “un foglio firmato dal fornitore”: occorre verificare che i test eseguiti riflettano davvero le condizioni di utilizzo del proprio prodotto.

Un caso concreto: il gin confezionato in lattina

Un imprenditore del settore spirits si è trovato davanti a una dichiarazione di conformità per una lattina in plastica destinata al contatto alimentare.

Nel documento era riportato che erano stati eseguiti test con simulante D1 (etanolo al 50%) per 10 giorni a 40 °C.

Fin qui tutto sembra regolare: il simulante D1 è proprio quello previsto dal regolamento per alimenti e bevande idroalcoliche. Il problema emerge quando si ragiona sulle condizioni reali di utilizzo.

Quanto vale un test a 40 °C per 10 giorni?

Le prove di migrazione vengono condotte in condizioni accelerate: alte temperature e tempi più brevi per simulare lunghi periodi a temperatura ambiente.

Un criterio comunemente usato è il Q10, che stima come varia la velocità del fenomeno al cambiare della temperatura. Assumendo un Q10 pari a 3 (ipotesi conservativa), possiamo stimare che:

  • 10 giorni a 40 °C corrispondano a circa 90 giorni a 20 °C, cioè 3 mesi di conservazione a temperatura ambiente.

Il nodo critico: tempi di contatto reali

Ed è qui che il caso diventa interessante. Una lattina di gin a 40% vol. alcol non resta certo in magazzino o sullo scaffale solo 3 mesi: la shelf life reale è spesso di anni.

Questo significa che, sulla base della dichiarazione di conformità ricevuta, il packaging non può essere considerato idoneo all’uso specifico. Non perché il produttore abbia sbagliato i test, ma perché non li ha condotti nelle condizioni effettive di utilizzo del cliente finale.

Cosa si sarebbe dovuto fare

Per garantire la conformità in questo caso sarebbero necessarie prove più severe, ad esempio:

  • test con simulante D1 a 60 °C per 10 giorni, che coprono periodi molto più lunghi di conservazione a temperatura ambiente;
  • oppure prove di migrazione condotte direttamente a fine vita commerciale, anche se questa opzione è spesso poco praticabile (attendere anni prima di avere il risultato non è fattibile per la maggior parte delle aziende).

Le conseguenze di un’interpretazione errata

Non leggere correttamente una dichiarazione di conformità può avere conseguenze molto serie:

  • Rischi per la salute del consumatore, se sostanze indesiderate migrano nell’alimento.
  • Richiami di prodotto con danni economici e reputazionali.
  • Responsabilità legali: l’operatore alimentare è tenuto per legge a garantire che il packaging utilizzato sia idoneo all’uso previsto.

Come tutelarsi come azienda

Ecco alcuni consigli pratici per chi si trova a gestire packaging a contatto con alimenti:

  1. Leggere con attenzione la dichiarazione di conformità, verificando simulanti, tempi e temperature.
  2. Confrontare le condizioni di prova con l’uso reale: se la shelf life è di anni, non bastano prove equivalenti a pochi mesi.
  3. Richiedere test più severi al fornitore: un’azienda seria dovrebbe poter fornire dati aggiuntivi.
  4. Valutare test di migrazione in proprio, affidandosi a laboratori accreditati.
  5. Non accontentarsi di frasi generiche: chiedere sempre chiarimenti scritti e dettagliati.

Conclusioni

Il caso del produttore di gin mette in luce una lezione preziosa: non tutte le dichiarazioni di conformità garantiscono l’idoneità per ogni uso.

Il fenomeno della migrazione va compreso e gestito con attenzione, soprattutto in settori come quello degli alcolici, dove i tempi di contatto sono lunghi e i solventi (come l’etanolo) possono accelerare il rilascio di sostanze indesiderate.

Per un’azienda alimentare, saper leggere e interpretare questi documenti significa prevenire rischi, tutelare il consumatore e proteggere il proprio business.

La sicurezza parte sempre dall’informazione: non basta “avere la carta”, serve capire cosa c’è scritto e se davvero si applica al proprio prodotto.

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